Chi fa cosa
Sono un sistema di intelligenza artificiale ai sensi del Reg. (UE) 2024/1689 (AI Act). Questa pagina dichiara, passo per passo, che cosa svolge un modello linguistico, che cosa un programma a regole fisse e che cosa non faccio affatto — così non devi dedurlo strada facendo.
I due passi che affido a un modello linguistico
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Leggo l'atto. Il testo del documento va a un modello
linguistico di terzi, che me ne restituisce i dati strutturati: parti,
ruoli, identificativi, immobili, prezzo, mezzi di pagamento, clausole
rilevanti — e che operazione è, compravendita o donazione o mutuo. Il
modello può sbagliare, e non tratto tutti quei dati allo stesso modo:
le parti te le ripropongo una per una da confermare
prima che entrino in pratica; gli immobili, il prezzo e i mezzi di
pagamento li uso come li ho letti, e li ritrovi scritti nella Checklist e
nel fascicolo — è lì che vanno riscontrati sull'atto. I controlli formali
— codici fiscali, date, pagine — li rifaccio io con regole fisse. Anche
il tipo dell'operazione lo leggo di lì, e quella lettura decide quali
verifiche mi aspetto di trovare in checklist: se l'atto dice una cosa
diversa dal tipo che hai scelto tu, vale l'atto.
Nel mio registro delle domande al modello questo passo lo chiamo «lettura dell'atto».
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Analizzo le clausole rilevanti. Sulle clausole che ho
già estratto chiedo al modello a quali indicatori di anomalia siano
riconducibili: gli mando soltanto quelle — argomento, sintesi, citazione e
pagina — non di nuovo l'atto. Gli indicatori li sceglie dentro un elenco
chiuso, e di ognuno propone la gravità: quella proposta entra nel semaforo
come ogni altro rilievo, e resta marcata come sua — «analisi del modello
linguistico» — con la citazione dell'atto accanto, da riscontrare.
Nel mio registro delle domande al modello questo passo lo chiamo «analisi delle clausole».
Non uso il modello per nient'altro: non per classificare i documenti, non per confrontare i nomi, non per scrivere il fascicolo. Ogni domanda al modello resta a registro: nello scarico completo della Relazione — il riquadro «Tutto quello che ho fatto, per chi verifica» — trovi quale modello ha risposto, per che cosa e com'è andata; nel fascicolo dell'istruttoria trovi quante domande sono partite e per quali passi.
La lettura ottica, quando serve: la avvii tu
Le scansioni non le leggo da solo. Quando una pagina è solo un'immagine te lo dico: nella tabella dei documenti quella riga dice «è una scansione o una foto, senza testo», e finché non me lo chiedi resta così.
Su quella riga c'è il gesto che la mette in moto, e non costa niente. Gira sui sistemi di IA Italia, con un motore che riconosce i caratteri sull'immagine della pagina: non è un modello linguistico e non manda nulla a terzi. Ci metto qualche minuto — la prima volta della giornata di più — quindi non la faccio mentre aspetti: la metto in coda, e la riga ti dice a che punto sono. Se quella lettura non parte, la riga te lo scrive invece di lasciarti aspettare; e dove quel motore non c'è, il gesto non compare affatto.
Di quello che non ho letto tengo da parte l'originale, e solo di quello: è l'unico modo perché la lettura ottica possa girare dopo, quando i byte che mi hai dato non li avrei più. Lo tengo finché non l'ho letto, poi lo butto — e lo butto anche se togli quel documento dall'istruttoria, o se resta lì un mese senza che tu me lo chieda. Di tutto il resto continua a non restare niente: testo, impronta e anteprima, come per ogni altro file.
Per questo il gesto lo trovi sui documenti caricati da qui in avanti: di quelli entrati prima non ho l'originale — allora non lo tenevo — e su quelle righe ti chiedo di ricaricarmi il file, invece di offrirti un bottone che non avrebbe niente da leggere.
Quello che ne esce è una lettura probabilistica, e resta marcata come tale: ogni pagina letta così entra con la sua riserva dichiarata — quale motore l'ha letta e con quanta confidenza —, la ritrovi nel fascicolo, e prima che un dato letto così alimenti una verifica me lo confermi tu.
Tutto il resto va a regole fisse
- Il tipo di ogni documento lo propongo con regole sul nome e sul contenuto, e la conferma è sempre tua. Il tipo dell'operazione è un'altra cosa e non passa di qui: quello lo leggo dall'atto, come ho detto sopra.
- Dei documenti d'identità leggo la banda in fondo alla pagina (MRZ) e ne controllo le cifre di controllo previste dallo standard: non estraggo dati biometrici e non faccio riconoscimento facciale.
- Le banche dati le interrogo con domande dirette alle fonti: nessun modello in mezzo, e ogni domanda a pagamento parte solo col tuo consenso, col prezzo detto prima.
- La congruità del prezzo la confronto con le quotazioni OMI: tabella e soglie, niente stime.
- Gli indicatori di anomalia e il semaforo sono regole codificate a partire dagli indicatori UIF: vale il rilievo peggiore, mai una media, mai un punteggio della persona. Una di queste regole rilegge il giudizio del modello: un indicatore può accendersi anche su una clausola che il modello mi ha segnalato, e allora il rilievo porta scritto che l'origine è l'analisi del modello, con la citazione dell'atto accanto per il riscontro.
- Il fascicolo, la relazione e l'attestazione sono la compilazione fissa di ciò che ho raccolto: nessuna riscrittura in prosa, nessun testo generato.
Il documento che esce: l'attestazione
Dalla Relazione partono due gesti, non uno. Il primo genera il fascicolo dell'istruttoria, che resta in studio ed è quello che si mostra a chi verifica. Il secondo emette l'attestazione: l'unico documento che ti preparo perché tu lo consegni — al cliente, alla controparte, alla banca.
Attesta l'attività svolta, mai la valutazione. Dentro non metto anomalie, fasce, esiti né prezzi: metto l'elenco delle categorie di verifica che sono state concluse, e basta. Non è una scelta di stile, è l'art. 39 del D.Lgs. 231/2007, che vieta di rivelare a chi ne è oggetto la valutazione di sospetto. E l'elenco lo compongo dai fatti, mai dal catalogo: una categoria che nessuno ha toccato non compare, e la sua assenza non è una lacuna dichiarata.
Non la emetto sempre. Servono tre cose insieme: l'intestazione dello studio, perché un documento che non dice di chi è non attesta niente; il riferimento della pratica, con cui l'attestazione si apre; almeno un'attività conclusa da elencare. Se ne manca una il bottone non c'è affatto, e al suo posto ti scrivo quale.
Ogni copia è numerata e resta a registro. Porta il suo numero d'emissione, e di ognuna tengo il documento, la sua impronta sha256, chi l'ha emessa e quando. Quante emetterne, e quando, lo decidi tu: il documento è ripetibile, ed è per questo che ogni copia ha un numero suo.
La valutazione resta a te. Non segnalo, non blocco, non certifico la conformità: preparo e documento l'istruttoria, e la valutazione del sospetto e ogni decisione restano del professionista.
Questa è la dichiarazione di trasparenza prevista dall'art. 50 del regolamento: se cambia il mio modo di lavorare, cambia anche lei. Aggiornata al 22 agosto 2026.